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Spostarsi, farsi senza posto. Un impulso, una concatenazione corporea, una catena, forse uno sciacquone. Hop. Ciò che accade sotto impulso va nelle motivazioni ricercato in fundo, dove è troppo freddo perché possa il sole aver diritto di parola, di descrizione e analisi. Ma ascolta, egli può ancora.  E ascolta il trascinarsi dei piedi e gli duole il timpano: mai odore tanto triste quanto la polvere secca che s’alza sotto lo strisciare deve essergli garbato.

Il cannocchio è stato buono con me. Mi ha schiuso. Ma la schiusura, questo farsi senza chiusa, assume volente o nolente una forza propria che se fossi esperto definirei inerzia. Più, più dell’inerzia, ed ecco perché non sono esperto di definizioni. Un moto che avanza gassoso. Ecco allora che le pareti del cannocchio, semplici, benevole, materne (que bonitos ojos tienes… debajo de estas dos cejas, ellos me quieren mirar, pero si tu no los dejas ni siquiera parpadear…), paiono ormai costrutte di materie sintetiche, innaturali, plagianti, sepolcrali.

È un impulso, dicevo, gioioso e intestinale, che mi ha forzato a vagare, a cercare corpi quanto più somigliabili alle idee che avevo. Idee in torcigli, in filamenti di stomaco, in perenne ansia da destinazione. Ho vagato. Provato stanze, incendiato pareti, saggiato seggiole, e sui divani sono diventato meno divino di quanto fossi prima. Ho anche sputato abbastanza muchi, alleggerendomi della scialba leggerezza che m’aveva intristito. Non al cuore, ma allo stomaco non si comanda. Giacché il cuore ha una sua assolutezza, mentre lo stomaco è entrata e uscita di ciò che pompa il cuore. E ciò che vi entra, indipendentemente dal percorso, ha da trovare la sua uscita.

Io, da oggi, scarico qui.

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Pubblicato il 9/3/2008 alle 0.38 nella rubrica Diario.

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