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libmagazine's no country for old men

Non sempre la soddisfazione all’uscita di sala è proporzionata al lavoro di scavo che il film t’ha fatto. Anzi, funziona all'inverso. In alcuni casi ne esci innervosito o disgregato. Avverti fettine di nulla poggiate fra stomaco e reni. Allora, ancora in sigaretta post-visione, inizi a lavorare, a sfringuellarti la pancia, a ravanare nei grassi con le unghie, a stracciar membrane. Cerchi il seme. Lo trovi, almeno credi. E suturi con approssimazione. Poi passa un giorno. Due, tre. Quattro giorni, una settimana. Sei scosso fior d’acqua, di granelli in polvere alzati controvento. Sei smanioso, cerchi ancora, vorresti la ripetizione, il replay rallentato. Con certi film è droga: qualcosa ti resta dentro, e quel qualcosa richiede l’oggetto che l’ha persa, o mandata, o comandata.

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Però leggi anche Erba Medica di Piero Dell’Olivo, SpeakEasy di Michael Mazzei, l’editoriale di Cristina Marullo, e Gordiano Lupi su Cuba.

 

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Pubblicato il 26/2/2008 alle 12.46 nella rubrica cinèma.

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