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quella volta in Messico dio divenne pagano e pàgano sempre gli stessi

Niente. Quel giorno Diego aveva una certa indisposizione. Erano le sue cose. Dice che glie le aveva attaccate una puttana di Capodichino in quella primavera. Perdeva un po’ di sangue, e basta. Niente di grave. Niente trave. Un leggero dimagrimento e poco appetito sessuale. Solo in quel momento storico non voleva che gli Inglesi vedessero un argentino buttar sangue. Mondezza ematico-politica. C’era da capirlo, la guerra per una manciata di isolette e del prezzemolo tagliuzzato. Io accettai la maglia numero 10 e giocai come sapevo, come avevo imparato al campetto di Bolla, dove quando pioveva s’allagava e non potendo saltare di testa bisognava usare le mani per nuotare e per segnare. Dove si cavavano le cozze dall’angolo fra palo e traversa, e ci si beccava tutti l’epatite, ma allegramente – epatite a, epatite b, o epatite c? hai vinto il superpremio, ma accetta questo crudo vaso cinese. Il campetto di Balla, si diceva, dove i compagni di squadra erano così scarsi che raramente la palla glie la passavi, e venivano a giocare giusto per dividere i soldi dell’affitto. La mano de diòs, ha poi detto Diego. Quel diòs sono io.

Andate in pace e, strada facendo (chè è lunga la via), fermatevi pure un po’ affanculo.

 

‘O Munaciell’

Pubblicato il 11/2/2008 alle 14.32 nella rubrica Memorie del Munaciello.

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