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'o munaciello


Memorie del Munaciello


11 febbraio 2008

quella volta in Messico dio divenne pagano e pàgano sempre gli stessi

Niente. Quel giorno Diego aveva una certa indisposizione. Erano le sue cose. Dice che glie le aveva attaccate una puttana di Capodichino in quella primavera. Perdeva un po’ di sangue, e basta. Niente di grave. Niente trave. Un leggero dimagrimento e poco appetito sessuale. Solo in quel momento storico non voleva che gli Inglesi vedessero un argentino buttar sangue. Mondezza ematico-politica. C’era da capirlo, la guerra per una manciata di isolette e del prezzemolo tagliuzzato. Io accettai la maglia numero 10 e giocai come sapevo, come avevo imparato al campetto di Bolla, dove quando pioveva s’allagava e non potendo saltare di testa bisognava usare le mani per nuotare e per segnare. Dove si cavavano le cozze dall’angolo fra palo e traversa, e ci si beccava tutti l’epatite, ma allegramente – epatite a, epatite b, o epatite c? hai vinto il superpremio, ma accetta questo crudo vaso cinese. Il campetto di Balla, si diceva, dove i compagni di squadra erano così scarsi che raramente la palla glie la passavi, e venivano a giocare giusto per dividere i soldi dell’affitto. La mano de diòs, ha poi detto Diego. Quel diòs sono io.

Andate in pace e, strada facendo (chè è lunga la via), fermatevi pure un po’ affanculo.

 

‘O Munaciell’


24 gennaio 2008

Ingerenza alla conferenza di Yalta

"Niente, quel giorno a Yalta faceva freddo. Si tende spesso a sottovalutare il fattore climatico. Io no, capisco il tempo e il clima e colgo al volo. Era febbraio muso duro, mese duro, di ferro, di fabbro ferraro, e un vento gelido soffiava facendo piccole ma saporite granite al pecorino degli effluvi dei nostri piedi. Questi tre vecchietti che vedete in foto erano stanchi e logori e luridi per la guerra, infreddoliti dall’urina che si congelava nei loro rispettivi pannoloni. E visto che s’era in dirittura d’arrivo – in quei giorni mille sommergibili sommersi risalivano il Nilo direzione Berlino passando per Aversa – non badarono a controllare i pass per l’incontro – a proposito, notevoli tartine al caviale, notevoli spuntini di salmone, e ottima vodka nonostante le patate non fossero molto ben cotte. Insomma, io ero poco più che imbucato, ma nei buchi sono sempre stato a mio agio fin da prima di nascere. E mi permisi di suggerire alcune soluzioni: lo smembramento della Germania in quattro zone (nord, est, ovest e inferiore); il controllo di Romania, Bulgaria, Sofia e Agnese; elezioni democratiche ovunque tranne che nei territori più vicini a mosca (s’immagino le difficoltà logistiche ad avere a che fare con volatili, insetti, dischi volanti); ed altre cose di poco conto. Bisogna considerare che la mia posizione (come si nota dalla foto) era di congiunzione fra Roosevelt e Stalin giacché Churchill aveva bevuto troppo, e poi non è che fosse tanto sveglio.

 I tre amavano le frasi ad effetto e non si concentravano sulle cause di quegli effetti. Ma io, sapendo di clima come ho su detto, compresi l’andazzo di quel tempo e mentre i tre erano occupati a riempire il più possibile l’aria di propositi – di quelle cose cioè che vengono messe avanti – io mi occupai di quelle cose che vanno messe dietro: ispirandomi alla concettualizzazione del simbolo e della relativizzazione sia di quanto s’impossibilita che di quanto anela alla fuga prospettica, progettai un gran cacchio di muro nel mar mediterraneo che dividesse il blocco n.a.t.o. da quello m.o.r.t.o. Purtroppo non fu possibile per via dell’acqua (dice che oltre a dissetare finisce per corrodere, ma mi puzza un po’: saranno stati i pannoloni) e per quei 900 sommersi sommergibili che al momento risalivano il Sele mentre 100 s’erano persi nel lago d’Averno. Ma l’idea sarebbe poi stata ripresa e applicata alla città di Berlino, tanto per gli angeli del suo cielo poco cambiava."

 

‘O Munaciell’


16 gennaio 2008

Nasce una rubrica

 

Quando è che nasce una rubrica? Non si sa. I motivi spesso ci sono ignoti. Spesso non sono dichiarabili, spesso non avvertibili. Ma in fondo si tratta di roba profana, come tutto, come noi, come un blog. E allora bisogna accontentarsi di segmenti spiccioli e superficiali: la spiegazione è la quantità d’ispirazione che, gonfia al più possibile di qualità, richiede un proprio ritaglio. Punto. Al bando le intenzioni comunicative: a quelle – perché svolgano la loro funzione – è indispensabile un processo di consolidamento della fetta ricettiva. Noi invece siamo poverelli, due, tre, massimo quattro commentatori e poche visite. Bene. Meglio. Come i segreti preziosi. Miracoloso tendere all’adiacenza del mezzo rispetto al gestore, incredibile somiglianza, tensione all’arrocco, all’alto picco solingo.

Oggi nasce la rubrica “Memorie del Munaciello”. Perché la Storia è uno scherzo preso troppo sul serio, perché non sempre l’anima tragica sa spiegare meglio di quella comica, perché è d’inestimabile importanza illudersi che ci sia (e ci sia sempre stato) un angolo oscuro. Partiamo allora da qui, da Stanley Kubrick, e di volta in volta ci regoleremo a piacimento. Intanto, la parola a lui.


       

“Niente. Kubrick mi contattò mediante non so qual mezzo, chiedendomi di curare il look della Shelley Duval, protagonista del suo nuovo film Shining. Avendomi dettomi che costei doveva parer non poco assai graziosa io mi misi adopera. Ma più ore ci spendevo al trucco meno evidente era l’inganno. La qual cosa, qual si vede nella foto, mi agitava e io mi agitavo: due forze congiunte contro me, all’agitazione. S’aggiunga che all’epoca soffrivo, in tali e rari – ma non talmente rari – casi, di violente crisi epi-lettiche. Fu in una di queste crisi epi-lettiche che – il dotto converrà sapendo – avendo subito una forte necessità d’un letto mi costrinsi al pavimento prendendolo per tale quale in realtà mai fu. Da quella posizione notai la bellezza di Duval. Da lì era bella. Però Stanley non volle ascoltarmi. Disse che non si poteva, che non si faceva, che non si vedeva, ed altre cose imperfette. All’orecchio, ma solo all’orecchio, mi disse che il Nicholson aveva problemi di concentrazione acida nella saliva, e che ripreso dal basso nella scena in cui era a sbatter pugni sulla porta chiusa del congelatore, rischiava di squagliare acidamente l’obiettivo della camera con gli sputacchi. Non credetti a Kubrick, mi parve favoletta. E lasciai l’Overlook.

Poi due anni dopo ho visto il film. Kubrick aveva ragione sulla saliva di Nicholson. Figurati che è stato in grado di liquefare la bella Lia Beldam con un solo bacio nella scena della stanza 237!

'O Munaciell'

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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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