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ciromonacella
'o munaciello


mirada pirata


30 gennaio 2008

berlusconi assolto

(libmag today)



Berlusconi assolto. Che poi sarebbe sciolto.
Non è la prima volta che quest’affare della prescrizione
mi suona male mi suona storto mi suona sciolto.
Mi pare il mezzo con cui chi può incula la giustizia.
E che c’è di male? Niente. Proprio niente.
Anzi, solo una decisiva e sfortunata sfumatura
che disallinea assolto da sciolto.


12 gennaio 2008

corti storici

 

La repubblica romana toccò tali livelli di ardimento e di efficienza da prevedere una figura che di democratico non aveva che la fonte dell’investitura: il dictator, investito da uno dei due consoli. A costui, la cui carica non superava i sei mesi e che s’esauriva a soluzione del problema che l’aveva resa necessaria, spettavano sommo potere e, ben più grave, la possibilità che i suoi littori girassero armati anche dentro le mura cittadine. La sua nomina, escluse motivazioni lievi e tradizionali (indicare festività, celebrare giochi, etc.), era comprensibilmente invocata in casi eccezionali ritenuti dalla cittadinanza assai minacciosi per l’incolumità e la sopravvivenza della repubblica. Niente, vediamo mo che fa ‘stu De Gennaro.


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13 dicembre 2007

bisogna essere cattivi, cattivi e intransigenti

No, è che sto studiando. Poi parallelamente mi viene da mettere in discussione molte cose, di più: mi viene da smezzarle prima della discussione. Ernie? Sì, potrebbe. È che non se ne può più. Fa bene leggere considerazioni su certe epoche a distanza di epoche, allena l’obiettività, aliena. Certo allora, se è così proprio ernie. Abbiamo questo ometto livido che resiste sulla scena come un affamato, grasso, appeso alla cordicella dorata del sipario, affannoso e sorridente, affanni e denti unge la terra dove cammina e l’erba ci cresce folta. Ma puzza l’erba e non di erba. Beh? Che è? Armato rosso mi sono svegliato. Il punto non è puntare o non puntare punti intellegibili, fatti fattuabili, prove dimostrabili. Il punto è che a un certo grado di esposizione bisognerebbe essere lievi, depersonalizzati, come carta igienica pulita. Il punto è che un popolo che abbia un briciolo di capacità critica strapperebbe via senza remore alla prima promessa o ombra o presunzione di sgommata di merda – vista la posta in gioco. Invece no. La coscienza critica annega in masturbatorie riflessioni di fiducia, di fede. Riflessioni di fede… come ci sfotte la vita!


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12 dicembre 2007

tiritir tiritiro

Dai, ragazzi, tutt’un coro (ah, voi laggiù… se poteste accennare un risicatissimo tremoliccio di voce, tipo commozione ma un po' di più... ecco un po’ di più). Siamo pronti? Via!

 

 sì sì certochessì, siete proprio la spina dorsale del paese,

 siete come gli Appennini e anzi di più senza diminutivi,

 siete il midollo d’Italia (e chissà se davvero c’è in ciò vanto)…

 

però mo nun ce scassate cchiù ‘o cazz.




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7 dicembre 2007

di bocca

Soprattutto l’idea di aggettivare il vulcano, “buono” lo chiamano, per fare evidenza di quell’altro, di vulcano. Per, vincolandosi al mito, trarne stabilità o fondamento. Si pitta un ombelicale nell’aria, al minor sfregio un parto gemellare. Non una voce a sussurrare quanto il cattivo sia stato indispensabile per l’ingegno della nostra terra, dei sali e dei sassi e delle albicocche e d’altre dorature. No, la bontà scorre unta sulle pendici d’asfalto, un sacco di plastica trasparente soffoca il respiro e sfoca quei quattro denti d’un sorriso. Ma è dentro, nelle viscere, che immaginare un cuore commerciabile schiaffeggia il mito. E fa schifo.


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3 dicembre 2007

il fascino della lirica colpisce ancora

Diciamo che il Labouratorio più che situazionista parte leggermente impreciso. Veste un’epigrafe per cui pecca proprio dove il buon giornalista soffre il peggior incubo: la verifica delle fonti. La citazione che apre il numero zero è tratta da Pulp Fiction (nel sito campeggia infatti una bella foto chiarificatrice e fin qui ci siamo, ma non basta e lo vedremo fra poco) e suona così “Il cammino dell’ uomo timorato è minacciato dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che nel nome della carità e della buona volontà conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre, perché egli è il pastore di suo fratello ed il ricercatore dei figli smarriti. E la mia giustizia ricadrà con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che proveranno ad ammorbare e distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore quando farò calare la mia vendetta sopra di te.” Subito dopo il passo viene ritenuto dal Ciuffoletti come estrapolato dalla Bibbia, anzi senza estrapolato: un passo della bibbia”, con un indice d’appartenenza assai più denso della banale estrapolazione. Ma al Ciuffoletti sarebbe bastata una semplicissima sfogliata per trovare nell’antico testamento sotto il grassetto “Ezechiele 25-32 una serie di numeretti in grassetto seguiti da alcune frasi; ebbene, al numero 17 (in grassetto anche questo, più o meno così “17) si può leggere “Farò su di loro terribili vendette, castighi furiosi, e sapranno che io sono il Signore, quando eseguirò su di loro la vendetta” nella verisione C.E.I.; oppure “eseguirò su di loro grandi vendette, li riprenderò con furore, ed essi conosceranno che io sono il Signore, quando avrò fatto loro sentire la mia vendetta” nella versione Nuova Riveduta; e “Innalzeranno su di te un lamento e ti diranno: -Come sei perita, tu che eri abitata dai principi del mare, la città famosa, che eri così potente in mare? Tu e i tuoi abitanti incutevate terrore a tutti quelli che abitavano lì-nella versione Nuova Diodati.

Non si tratta di anomalo miracolo inverso per cui le parole emanate da dio vengano poi da egli stesso improvvisamente riassorbite. È semplicemente che il passo (re)citato da Samuel L. Jackson in Pulp Fiction non è mai comparso manco di striscio nella bibbia. Ma andiamo, sù, ci può stare: numero zero primo errore, ma tanti auguri alla nuova avventura perché siamo del parere che più si scrive meglio è. Certo, potevo anche limitarmi a fare gli auguri e muto… ma non ce l’ho fatta: il cinema è una cosa seria, mica politica…


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1 dicembre 2007

lo sciamano non tira lo sciacquone

La condizione ottimale per una nerboruta amministrazione del potere è l’ignoranza del sottoposto. L’uomo infatti, in condizione di indecifrabilità sensoriale o logica, è per natura disposto alla fiducia – ove non fede – verso l’uomo che afferma e a suo modo prova di possedere una rotta, un orientamento. Curioso e allo stesso tempo giustificabile è il fatto che a battersi in favore di una percezione della realtà come indecifrabile magma sia – e sia stato sempre nel corso nella storia – l’uomo che gode dei piaceri della posizione di superiorità a qualsiasi livello la linea della normalità – il pelo dell’acqua – si riscontri. Ad esempio, nelle province remote e nei piccoli borghi (parliamo qui di un livello d’acqua in evidente bassa marea) vige ancora la credenza del malocchio e la relativa capacità di alcune sapienti vecchine di eliminare o contrastarne gli effetti mediante un preciso rituale; è tramite questo rituale che la vecchina si pone in una posizione leggermente ma nettamente rialzata rispetto alla comunità, e da tale posizione, giurando sull’esistenza del malocchio, ottiene quel soprappiù di rispetto e/o audienza. Se ci spostiamo ad un livello d’alta marea, ma proprio dove l’acqua infradicia la carotide, troviamo il culmine della stregoneria, la sola magia che sia sopravvissuta in integro stato alla fatale secca illuminista: la chiesa cattolica e il far da sciamano del prete e del pontefice in testa. Cioè la metamorfosi naturale che dal rispetto o dall'audienza conduce al potere. Ebbene, non è un caso che il pontefice abbia l’ardire di scagliarsi contro l’illuminismo né bisogna farne scalpore. Poiché il processo innescato da quel turbinio di ribellione all’imbalsamazione del cervello in vita ha forzato l’uomo a comprendere che la realtà è decifrabile attraverso leggi fisiche e chimiche in ogni suo aspetto.

La decifrabilità è sottrazione di potere dalle mani del potente.


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20 novembre 2007

La scelta del titolo non è mai casuale.

 

Mi pare d’aver visto in grafica “Il popolo delle libertà”. Identica a “La casa delle libertà” (anche significabile con “Il polo delle libertà”), cioè pallina bianca a contorni blu come il testo, magari anche tricolore infilato – che non fa mai male. Stesso carattere. Brutto carattere. Lampante segno che il cavaliere intende tenersi i voti delle orde di inetti e sbadati che votavano per il polo (e cioè anche per Fini e Casini e Bossi) solo per sé e per chi vorrà riaccettare la sua leadership all’interno della nuova pagliacciata. Segno inconfutabile a sua volta che il cavaliere mette la sua carriera politica (e, porco mondo, il destino promesso al nostro paese) in mano agli inetti e agli sbadati. Ci punta sopra il capitale (si rotola nella tomba il tedesco). Ci scommette tutto, come ha sempre fatto. È il prestigio, l’illusione ottica. È, come Pablo Escobar (fu narcotrafficante), el magico.

Ma andiamo più dentro.

La sola differenza fra il polo delle libertà e il popolo delle libertà è l’opposizione polo-popolo. Ciò che la crea è la ripetizione della sillaba po. Cioè po-po, quindi popò.

Il popò delle liberta.

Ora sì.


Sottotitolo: entrate, prego, entrate.


19 novembre 2007

Il quarto uomo

Probabilmente un pusher, uno spacciatore, uno che guadagna se i sogni che vende alla gente non funzionano dimostrandone così, per sé, la bella funzione.

Uno così, uno abituato alla scena e al colpo di coda del morente.


18 novembre 2007

Salutiamo con questa faccia il salutismo di facciata

Un’ordinanza comunale emessa dall’assessore alla sanità Gennaro Nasti impone il divieto di fumo nei parchi cittadini napoletani in presenza di bambini inferiori ai dodici anni e di donne incinte.


[Prego, qui clicca play]    


Musica, maestro. Pretty woman puttanata di gran classe, grande cipria sul facciotto cicatrizzato dalle pustole cacofoniche che suonano “allarme fumo passivo”, sirena spiegata contro farfalline notturne, puttanata d’alto borgo marinaro, questo è il gusto. Un gorgoglio, un gargarismo di muco d’argilla di vecchio polmo incancrenito, o mia Napoli che ti lasci fare! Avanguardia un cazzo. Ché alla donna incinta e al bambino inferiore ai dodici anni fa forse bene l’apertura prematura dei sacchetti neri dove imputridiscono all’unisono lische di pesce, croste di crostaceo, smilze di fegatelli a aceto, lattuga impapaverita, latta impoverita, olio fritto olio crudo olio grasso di porco scannato in piazza, gomma arsa, salsa di tonno, budella d’assorbente pregno, carte spermocolme, emostasi in polvere, flutti galleggianti, gialle bucce, avanzi di bucchini acerbi.

Questa è la strada, assessor Nasty, che porta al parco dove tu joggy con le tue pacchetelle sode.


16 novembre 2007

certe cose inutili

Una vita fa, quando ero ancora uno sbarbatello mignottaro, mi pare d’aver fatto qualche anno di giurisprudenza. Poi l’ho abbandonata, come i grandi letterati (… intraprese gli studi giuridici poi abbandonati per passare a temi e interessi di più difficile collocazione sociale e di gran lunga meno remunerativi…). Eppure mi pare, in questa ricerca di dar certa sembianza al passato, che fra una fichetta e l’altra (oh neutri tempi andati!) sia capitato su un concetto basilare. Ora è dura smuovere il calcare e riacquistare brillantezza, ma mi pare che l’omicidio volontario si distinguesse a quei tempi da quello colposo per la volontà – guarda un po’! Mi pare, ancora, che colposo facesse e faccia riferimento alla colpa – ma tu vedi? – comunque imputabile, escludendo la volontà. Ora io, non avendo alle spalle nemmanco un anno di studi neurologici, non so dirvi se colui che ha l’arma semplicemente cacciandola dalla fondina esprime un atto di volontà, ma so dirvi, avendo alle spalle un variegato campionario di giuochi a pistolette e piedi di tavoli interpretanti mitra, che l’unico modo per sparare è cacciare la pistola dalla fondina.


7 novembre 2007

Formula esatta

il piscitiello di cannuccia s’è smaliziato


2 novembre 2007

machete

Mai sottovalutare la creatività del cingolato.

C’mon, andiamo in Iraq dall’altro lato!

Potrebbe pure sembrarci diverso!


1 novembre 2007

Torero cha cha cha

Generazione strana la nostra. A cavallo degli ottanta quando il vecchio boom dell’auto si fa solido tran tram, e di cavallo manco a disegnarlo tanto è prossimo alla balena a percezione. Generazione relegata – destinata – ai margini dei giusti tempi di crescita, ai margini delle riforme, alle prime linee delle riforme scolastiche quando le linee si fanno semirette semisferrettate o punti sotto le mitraglie. Sì, generazione strana, fuori da ogni sindacazzo e dal traguardo della pensione ci costringiamo all’invenzione. Poi, nel tempo libero, fumiamo coyotes messicani perché l’idea del fungo ci mette terremoto allo stomaco e al testicolo. E allora, cazzo, siamo proprio indomabili.


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31 ottobre 2007

Parliamo e non ci capiamo, o Babilonia

Poi dice delle caste. In Italia si tende ad accastarsi anche sventolando quelle facilotte banderuole che degli assi da stiro fanno assi portanti di civiltà – di civiltismo, mi si passi. Nell’avvicendamento di sette donne elette nell’assemblea nazionale e dimissionarie in Campania Veltroni dice che “la norma va intesa facendo le sostituzioni con il primo dei non eletti dello stesso genere del rinunciante. Vale a dire che l’uomo preceduto in lista da una donna dimissionaria deve farsi precedere nella successione dalla prima e successiva donna. Audace, ma mai parole meglio spese. Politica cioè, ad alti tassi d’interesse. È per alcuni paradossi analoghi a ciò che il presente caso determina che l’intera questione delle quote rosa non smette di non-convincermi. L’acca(ta)stamento prevede, nel bizzarro civiltismo italico, una odiosa coazione che poggia gambo su requisiti meramente formali: la ciucia e il cazzo. Cioè: va via una ciucia la sostituisce una ciucia a forza: s’accoppiano ciuce con ciuce e cazzi con cazzi – che già è palesemente povera di gioia come soluzione. Ma, e per di più, s’ottiene un risultato da immediata ed effimera contabilità quando al contrario occorrerebbe, forse a monte, garantire che la posizione nella lista non venga – questa sì – determinata dalla versione presumibilmente capovolta del suddetto requisito formale, ovvero il cazzo è più valido della ciucia.

Il munaciello – ma egli è di ventre bisunto, si sa – suggerirebbe una assai gradevole alternanza in qualsivoglia posizionamento. Magari alternando supini e prone. Tuttignudi.


24 ottobre 2007

l'araba fènica

Pare che Pio

viaggiasse a acido

col cervello degli altri.


18 ottobre 2007

La cantonata di Beppe Grillo e di chiunque trovi rivelatrici le sue lagne è la seguente

Il fondale ultimo della sua parlata è la pessima qualità della politica italiana. Indiscutibile. Oddio, già lamentato e visto ma già, comunque, indiscutibile. Tuttavia, affrontando la faccenda pane e salame per più ragioni, l’animale politico (senso letterale) non fa altro che fiutare spazio vuoto nell’intenzione di pisciarci e riempirlo. Lo spazio vuoto è evidentemente l’elettorato. Si deduce che la bassa qualità riguardi non il politico – che quello comunque piscia dallo scranno, e se non l’avesse fatto lui lo avrebbe fatto un altro riempiendo lo stesso spazio utilizzando un altro vuoto – ma il popolo italiano; o che, perlomeno, la pessima qualità del politico sia meramente funzionale alla sua attività: un modo per venire incontro al cittadino, all’elettore. Cioè, la qualità da prendere in esame bisogna sia quella della base, non quella da quest’ultima determinata. Il contrario equivarrebbe a farsi bastare l’inaccorta idea che il pesce morto per avvelenamento avesse fra i suoi organi una ghiandola produttrice di tetracloruro di carbonio senza valutare il grado di inquinamento del fiume. Ora, cosa facciamo? Due legislature e via? Tutti in Africa che si va a ripigliar Somalia o che?

A lungo ci si è dati dei maleducati. Errore, noi siamo educati male. Siamo trottolini amorosi, pance molli. Questo è un paese-teatro, e non deve meravigliare che ove c’è inclinazione alla simulazione – simulazione d’ogni, anche di ottusità –, ovvero attitudine al to act, si corre persino il rischio di finire a votar leggi.


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15 ottobre 2007

Il successo delle primarie


E questi tre milioni di euro?


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14 ottobre 2007

Tortoreto Lido

Siamo alla frutta. E non parlo di me, giacché il retro non lo porgo. Parlo giustapponendo la situazione d’emergenza nella quale per caso mi sono trovato a quel gran miracolo di democrazia estetica e fottutamente narcisa che sono “le primarie”. Isolato, chiuso in casa dal fango, senza connessione né connettori, salta agli occhi negli intervalli di elettricità la qualità dell’informazione televisiva italiana. Vedo cose strane. Vedo i bei facciotti della politica articolare semisillabe e semicrome senza indugiar troppo sul senso, e i giornalisti abbagliarsi delle mezze parole in codice: se perdi la notizia non la pigli più e diventi poco più che foglia d’autunno; vedo storie di omicidi senza speranza, senza interesse, buone per farci sgomento e – conseguenza – seconde serate tv e – conseguenza – auditel e soldi; vedo ricette nuove, “sorprendenti” è la parola, volutamente: dolci ricotta e speck, zuppe di ravioli e birra scura; vedo perfino un canguro saltellare fra bolidi supercolorati e, fiato sospeso e rullo di tamburo, portare a casa la pellaccia; vedo incidenti stradali, incidenti già avvenuti, fatti, finiti, ottimi per scalpore e angoscia. Vedo tante cose. Assai diverse. Tra loro, intendo. Accomunate però da un unico gamete: un vago intento oppiaceo.

Una cosa non vedo, che poi è quella che cerco: quando cazzo arrivano i vigili del fuoco? A cosa si deve l’inondazione? L’Italia è una cosa tangibile, riconoscibile, capace di agire, di dire almeno il suo nome come fa il più piccolo degli scimpanzè grattandosi la nuca? L’Italia è l’invenzione dei nostri tanti, troppi poeti? L’Italia è un discreto numero di individui nati per segnare croci sulle schede elettorali, e comunque, accorciandola, un paese che chiama per nome gli orsi è già bello che andato. Questo. Poi è un fatto che i più audaci ci fanno anche un cerchio sulle schede oltre alla croce. I pazzi… quelli ne fanno due. Con fantasia le chiamano palle, e s’accapigliano sull’idea che l’apolidia sia una risposta poco comoda a una serie di domande decisamente scomode. Alla fine, di colpo, la relazione fra lo scarto possibile e lo scarto effettivo fra la decisione della domanda e la vaghezza della risposta appare satura, colma, inattaccabile. Magari il primo orso che incontro lo chiamo Ciro. È un augurio, pare significasse “signore”.


21 settembre 2007

c'attualità

 


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19 settembre 2007

paessaggi

 

Sabato sera per una mezz’oretta ho messo da parte lo studio del comportamento dei quark in prossimità di eruzioni cutanee dovute a gorgonzola e paprika, e ho seguito su rai 3 “un giorno in pretura”. Napoli, un padre ha ammazzato il ragazzino che aveva rubato il motorino alla figlia probabilmente istigato da questa, e altre cazzate (qui per maggiori dettagli). Bisiach in settimana, lodando una puntata di blob, e commentandola, aveva posto l’accento su una frase di Giuseppe Ayala, tra l’altro modesta quanto a intonazione e senso, per cui la mafia sarebbe “una cosa seria”. Altra corrente di pensiero, parzialmente opposta a questa della serietà, sostiene che poco c’azzecchi il tanto vituperato contesto (altrove “disagio”) sociale. Proviamo a muoverci.
Mafia e camorra sono serie e umane, cioè uomini che seriamente s’adoperano per campare assai bene (l’intensità degli avverbi dipende da gusti e aspettative) unendosi con professionalità, lavorando con spirito di squadra, e talvolta scannandosi con noscialanza prebestiale. Allora è serio ‘o fatt. Meno serio, ma più grottesco e a tratti schifoso, è il palcoscenico di mezzi meschini e mezzi guapparielli e mezzi cati di merda che fanno il sostrato di cui le organizzazioni si servono o nutrono. Sono tutti quelli che aspirano alla guapparia, ma sono indecentemente stupidi per organizzarsi per un atto che vada al di là del minuto o dell’angolo di muro. Sono tutti quelli che, occhi annebbiati e memoria ventilata, accettano o negano in vizio della affascinazione che subiscono dal potente che guadagna facile, che spara facile, che a volte muore facile.

Sul banco dei testimoni della vicenda di cui accennavo, questi guitti dicono una verità e quattro bugie, il tutto intervallato da finzioni, scene di salute cagionevole, di stress o prossima pazzaria. La menzogna bassa, detta dalla bocca che non ha mai conosciuto né inventato la grazia che occorre a far della barzelletta una commedia, è tra le massime privazioni di gioia di vivere, per me. Il banco dei testimoni è una sfida col giudice e col pm, col dotto insomma. Quasi a manifestare, in un disperato conato d’orgoglio decadente, la bisbigliata supremazia della strada e delle sue leggi rispetto al tribunale, alla civiltà. Il morto sperava di morire col piombo in testa – ‘nu muccus’ che ruba i motorini come svago quotidiano aveva confidato a un amico che a suggello della vita di strada voleva tre botte ‘n cap’. Ma chissà, mi chiedo, quanto dopo l’esplosione del cervello questi randagi della terra si rendono conto che poi si muore davvero. Cioè: più niente! È chiaro o no? Queste maschere à la Casablanca sono finzione che prima del nulla qualche segno lo lascia sì o no? Certo, se hai diciotto anni e già alle spalle un discreto numero di scopate, di schiaffoni presi e dati, e qualche esperienza anomala, ti sembrerà di aver fatto il più. Se i tuoi parenti entrano ed escono dal carcere già dalle età in cui entrare e uscire si dovrebbe farlo solo con le fichette poi… se tua mamma ti ama follemente come una troia ama il preservativo marcio poi… ti pare anche che la strada sia già un po’ tua, e che “morire” equivale semplicemente a “pensare di morire” con tutto il peso lirico in più e il nulla in meno. Quel ragazzo non avrà avuto la minima conoscenza del significato non delle parole – sarebbe grossolana ignoranza – ma delle cose – cecità. Eppure quanta roba in appena nove anni, dai miei diciotto ad esempio – ma potresti parlare tu – ad oggi. Quanti azzeramenti, rivoluzioni. Scopri che le scopate possono essere anche distinte in migliori e peggiori; i cazzotti, quelli diminuiscono; ma le esperienze anomale aumentano perché ti fai più spesso tu, e perché s’ingrandisce ciò che fa la norma contro cui si staglia l’anomalo per esserci, e tutto un po’ migliora se sviluppi gli occhi per riconoscere le tonalità nuove, quelle intermedie, nascoste fra un rosso e un bianco, un rosa ad esempio.

La gente che certifica il potere del camorrista è l’osanna della sottigliezza. Una lastra di ghiaccio che regge il passo d’o malament’, e che da sotto gli specchia i testicoli pensando per un attimo che siano i suoi. Ma che appena il camorrista è passato, che appena l’aria sale di mezzo grado, si fracassa mille pezzi e… laggiù il freddo che fa! pare di essere morti.


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14 settembre 2007

Sadikpolitik, la sindachessa alle grandi manovre





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5 luglio 2007

mezzaeva


Se un tempo ne bruciavano a piene mani non ha più importanza adesso, nemmeno se s’erano infilate il forcone nelle chiappe o i gatti neri a bacio francese. Io non posso credere che la donna sia così diabolica da simulare l’orgasmo, no! no! no! e no! Però se Cristina Parodi durante lo show per la cinquecento non s’è bagnata sotto... beh c’è riuscita a farmelo credere.


4 luglio 2007

punto

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27 giugno 2007

Veltroni sull’albero di Alinghi per il Partito Democratico


Veltroni a Torino parla molto bene le solite mele ben cotte buone per depurarsi lo sfintere. In mare spagnolo il giudice invita le due imbarcazioni a far scendere la randa senza mandare un uomo sull’albero. Kiwi ok, mentre un Alinghi quatto quatto sale su e prende a calci la vela, poi fa il segno di disarmo con le braccia spalancate. Ecco, io non so argomentarlo, ma sento che c’è qualcosa del disarmo furbacchione nella fanghiglia della creazione del PD. Come far scendere una cosa usandone – usando – un’altra non permessa, forse non esistente.


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25 giugno 2007

perseveranza diabolica o programmatica



Manganelli a capo della Polizia dopo, e per, i fatti di Genova


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28 maggio 2007

Napoli e la spazzatura


Ecco. Ora bisogna ampiamente rivedere il precedente post.
Stasera, al San Paolo, c’è la partita del cuore.
Il cuore. Questa dolce stangata.




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27 maggio 2007

L'amo e l'odio




 

Molto spesso sento dire che Napoli è bella, e tanto basterebbe. Che c’è il mare, un bel cielo, qualche castello e lo skyline col Vesuvio. E poi la sua chioma spettinata da prostituta gratis. Che fa colore. Che fa sapore, amore, dolore e passione. Signori Napoli non è bella. Napoli ammazza, soffoca, succhia cervello, Napoli è un commercio a vendersi, Napoli tradisce mentre coccola. Napoli è una bara affollata. Arrangiarsi, pure si sente. A Roma -torno adesso- c’è una corona di verde attorno alla città che pare di respirare nonostante i 34 gradi. Cioè, in un minuto lasci l’ultimo sasso imperiale, passi un quartiere con qualche parco, e poi sei in una campagna che è una dolce collina di puttana che paghi dai 300 in su. Anche Roma è molto bella, più ferma, più arco traiano, meno troiaio senz’altro, ma è quella corona verde che a me m’ha stregato. Ogni mia precedente visita era stata una visita al centro, fra i sassi e le turiste spagnole. Roba consueta, pure imitabile. Ma attraversarla verso l’esterno è speciale perché solo dopo la corona inizia la periferia. Napoli ha permesso che i suoi piedi fossero tirati fino al confine con l’avellinese, quasi, e fuori dalle mura è tutto un brutto grigio annerito dagli scarichi che si prolunga estenuato. Non so, penso al catetere. Poi penso alla difficoltà con cui una volta ho sollevato una persona morta, quasi impossibile, ma attappi i sensi e fai.
Quando sono uscito dall’autostrada ho visto prima il vomito di un cassonetto che il Vesuvio. Lui, il sommo, strafottente e azzurro come se la cosa non lo riguardi… come sempre poi… quello ne è un altro. Mi perdonino i miei concittadini: io amo questo posto perché mi ha reso me, mi ha fatto io, però ho visto qualcosa di Sao Paulo, per caso, e il terzo mondo non è preannunciato da linee fluorescenti né da tintinnii elettronici. Arriva così, col ritardo di un monnezzaro, e poi resta a convivenza necessaria se non comoda. E non aspettiamoci che chi può far qualcosa lo faccia, perché dagli attici non si sente il putrefarsi delle teste di triglia e di lattuga, ma solo un vago senso di sopravvivenza, di galleggiamento. Sotto, paisa’, ci stiamo noi.




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10 maggio 2007

otto volante




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1 maggio 2007

è un fresco primo maggio


Un sincerissimo augurio di buon primo maggio alle due puttane romene.
Che in questi giorni di riposo dal mestiere tanta soddisfazione
ricevano dai terreni mezzi del senso.





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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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